Università adriatica di bari

Luigi Maggiore

Fra cattedre e cliniche

Trent’anni di vita universitaria

Cuneo, Ghibaudo, 1958

Il mio arrivo a Bari

 

Arrivai a Bari con il direttissimo da Roma, verso le otto del mattino. Alla stazione trovai, fra vari amici venuti a darmi il benvenuto, mio fratello Salvatore, titolare della cattedra di pediatria in quella università. Confesso che questo incontro mi fu assai gradito e quasi mi commosse. Io ero stato fugacemente a Bari un anno prima, durante una malattia di mio fratello, ed avevo avuto modo di visitare la città, che in pochi anni ha avuto un eccezionale sviluppo, assumendo il carattere di un centro veramente importante ed arricchendosi di nuove vie, di nuove piazze e di belli e grandiosi edifici. Città a tipo aperto, eminentemente meridionale, molto movimentata, con monumenti storici interessanti; non foss’altro che il castello normanno ed il duomo, veramente degni di ammirazione.

Città in pieno sviluppo: da un anno all’altro aumentata prodigiosamente di estensione e di importanza. Ultime opere: un pittoresco e grandioso lungomare, il nuovo porto, numerosi uffici pubblici di grande mole, che hanno arricchito ed abbellito questa città, che si è messa in pochi anni a capo delle Puglie e che rappresenta un centro di attrazione per le popolazioni dell’altra sponda. Ricordo che « la Gazzetta del Mezzogiorno », un quotidiano molto ben fatto, pubblicava già nel 1930 una edizione in lingua albanese. Una funzione politica di primissimo ordine era infatti devoluta a questa città, rinata a nuova vita in pochissimi anni, specialmente per opera di un suo degno figlio, il ministro Di Crollalanza, giovanissimo.

A parte il dialetto non troppo gradito, la popolazione mi fece: buona impressione. Naturalmente era tipicamente meridionale. Ma c’erano molte famiglie distintissime e di ottimo nome.

Appena poche ore dopo del mio arrivo io mi recai in clinica, dove era aiuto il Prof. Santonastaso, che aveva tenuto la supplenza nell’anno di comando che io avevo trascorso a Sassari.

La clinica era stata creata dal mio amico e collega, il Prof. Contino, che fu fra i fondatori dell’università Adriatica e seppe adattare con saggi criteri e con molta abilità una parte di locali ospedalieri a lui assegnati. Erano locali vecchi, disordinati e ci volle la buona volontà del Prof. Contino a ridurli in clinica.

Con me erano venuti dalla Sardegna due miei cari allievi, il Prof. Giuseppe Sanna ed il Dott. Mureddu.

Ci istallammo nella clinica ed iniziammo subito il nuovo lavoro.

 

Presentazioni al pubblico

 

Bisognava anzitutto che io mi facessi conoscere. Trovai uno spunto favorevolissimo. Al mio arrivo una polemica vivace agitava la cittadinanza, perché alcuni volevano che la vecchia città fosse sventrata e risanata con largo uso di piccone; un’altra parte, capeggiata da un gruppo d’ingegneri di diverse parti d’Italia, detti urbanisti, e che facevano parte di una società nazionale, si opponeva, protestando che si volessero distruggere i vecchi rioni, i più caratteristici della vecchia Bari.

Che fossero caratteristici senza dubbio, ma anche nessun dubbio che fossero quanto di più antigienico si potesse immaginare.

Un quartiere con straduzze tortuose, piccolissime, fiancheggiate da casette poverissime, in parte interrate, senza aria, senza luce, in condizioni disastrose. Naturalmente affollatissime.

Da un esame sommario io potei rendermi conto che proprio questi quartieri davano un contingente notevolissimo allo stuolo di tracomatosi che al mattino affollavano l’ambulatorio della clinica.

La polemica era impostata sulla opportunità di non distruggere centri storici e folkloristici; ma nessuno aveva toccato i problemi più scottanti: quelli della pubblica salute.

Io quindi scrissi un lungo articolo, documentato, dimostrando il grande pericolo che la persistenza di questi rioni rappresentavano ai fini della diffusione del tracoma ed anche della tubercolosi nella cittadinanza.

L’articolo venne pubblicato al posto d’onore sulla Gazzetta del Mezzogiorno ed impressionò veramente il pubblico, perché io portavo delle cifre. Seppi che suscitò i più favorevoli commenti nella cittadinanza. Ma ci fu di più. Due giorni dopo un signore si presentò alla clinica, chiedendo di parlarmi. Il portiere mi porse il biglietto da visita: era quello del Commissario straordinario al comune, Comm. Vella.

Lo ricevetti immediatamente ed egli mi disse che era venuto per ringraziarmi di persona, perchè il mio articolo veniva a sostenere validamente la tesi padroneggiata dalle autorità, con a capo proprio il Commissario, che era uomo di vivace intelligenza e di grande capacità. Il Comune sotto di lui filava in un modo perfetto.

Non mi aspettavo questa visita, che mi fu graditissima e di buon augurio.

Lo scopo da parte mia era stato raggiunto, perché i così detti urbanisti, presi di fronte dal punto di vista dell’igiene pubblica e con cifre alla mano, non si fecero più vivi; così il comune poté prendere la decisione opportuna senza l’assillo di pressioni pubblicitarie.

 

La prima seduta di Facoltà

 

Dopo qualche settimana del mio arrivo partecipai alla prima seduta di facoltà. Era preside l’ottimo collega Prof. Baldoni, che io conoscevo da Roma, perché egli era stato per lunghi anni aiuto dell’istituto di Farmacologia diretto dal compianto Prof. Gaglio.

Superfluo dire che in facoltà – dove io contavo parecchi amici personali, a parte mio fratello Salvatore, ebbi la più cordiale accoglienza. Il Prof. Baldoni, che era un Preside di molto stile, mi rivolse un cordiale indirizzo, al quale io risposi adeguatamente.

Rettore dell’università era il Prof. Mariani, ordinario di clinica dermatologica, uomo di grande cultura e di grande tatto, che aveva saputo accattivarsi la generale estimazione, non solo della facoltà medica, ma dell’intera cittadinanza, perchè si occupava delle sorti dell’università in modo veramente ammirabile.

Non tutti a Bari avevano accolto con eccessivo entusiasmo l’istituzione dell’Università ed ancora – specialmente nel ceto medico – covavano rancori e se ne può intuire facilmente il perché.

Col Prof. Mariani mi trovai subito in grande armonia ed egli cercò di favorirmi in tutti i modi possibili. Ricordo che la prima volta che ci vedemmo egli fu affettuosissimo e gettammo insieme le basi di un corso di conferenze di carattere sociale, perché l’università penetrasse sempre più nella coscienza della popolazione barese e delle Puglie in genere.

 

…..

 

L’ampliamento e il riordinamento della clinica

 

Il mio predecessore, Prof. Contino, nel sistemare l’installazione della clinica nei locali ospedalieri assegnatigli fece dei veri miracoli: ma contro la mancanza di spazio, nessuna buona volontà poteva far nulla.

Io avevo il più grande desiderio di migliorare la clinica e mi ero messo in moto per ottenere lo scopo. La fortuna mi aiutò. Infatti a capo dell’amministrazione ospedaliera venne nominato il mio amico, Senatore Guaccero, professore incaricato di ortopedia, perché si assumesse il compito di concordare con il Rettore le basi di una nuova convenzione fra l’ospedale e l’Università. Convenzione nuova, che era da tutti desiderata, come quella che poteva finalmente dare alle cliniche maggiore libertà di movimento e permettere di eliminare alcune situazioni praticamente assurde.

La nuova sistemazione del servizio ospedaliero nella città di Bari, fondata sulla gestione ospedaliera di tutte le Cliniche universitarie, portava all’allontanamento dall’Ospedale Consorziale dei reparti ospedalieri medico-chirurgici, trasferiti od aggregati alle rispettive Cliniche dell’Ateneo e quindi alla disponibilità da parecchi locali.

Per la qual cosa diveniva possibile ampliare le cliniche allogate nell’Ospedale e provvedere ad una sistemazione edilizia rionale, con grandi vantaggi di spazio e della regolarità dei servizi.

Per quanto riguarda la Clinica Oculistica, la nuova sistemazione permetteva l’utilizzazione di una parte del primo piano, già adibita per corsie ospedaliere.

Questa cessione di locali mi dette la possibilità di aumentare l’efficienza dei reparti di degenza (da 32 aumentati a 50 letti) e mi consentì di disporre con maggiore comodità e maggiore ordine i reparti scientifici, permettendo di scindere totalmente i servizi di carattere assistenziale da quelli di carattere scientifico e didattico.

Raffaele Paolucci

Il mio piccolo mondo perduto

Bologna, Cappelli, 1952

…..

Tra il 1925 ed il 1920 si svolse dunque in Lanciano la mia attività chirurgica operatoria, mentre a Bari mi occupavo dell’insegnamento e delle ricerche scientifiche.

La patologia chirurgica non aveva allora nella Università di Bari un proprio istituto: io avevo per me due stanze, una era la direzione, ove anche dormivo, e l’altra era un laboratorio per modo di dire, perché fornito solo di qualche banco e di un microscopio. Con criterio che io ritengo assai giusto il Prof. Nicola Leotta, direttore della clinica, aveva pensato di fare la innovazione di un unico istituto chirurgico, cui facevano capo, con incarichi, gli insegnamenti speciali della patologia, della ortopedia, della traumatologia, della semeiotica. Cosicché mi servivo per le mie ricerche degli stabulari e dei laboratori centrali dell’istituto. Avevo già ormai un numero discreto di pubblicazioni scienti-fiche, e molte ne aggiunsi in quei cinque anni, in parte cliniche, tratte dal materiale chirurgico-ospedaliero di Lanciano, ed in parte di patologia sperimentale.

Così condussi a termine lavori di batteriologia, di anatomia patologica, di fisiologia, di patologia sperimentale, di microchimica applicata alla clinica. Era mio aiuto il Dr. Antonio Merlini, mio conterraneo della provincia di Teramo, giovane valoroso e colto, cui taceva ombra un carattere ipocondriaco conseguente a sofferenze epatiche. Dopo due anni di permanenza con me egli aveva già conquistato la libera docenza in patologia chirurgica, ma quell’aiuto pieno e totale che io avrei voluto da lui per condurre avanti i miei lavori scientifici, venne spesso a mancarmi.

Ad eccezione di qualche operazione toracica, a Bari non operavo, e perché effettivamente non avevo letti con miei malati, e perché non volevo intralciare con la mia presenza il lavoro già ingente della camera operatoria, ma soprattutto per non sottrarre nulla ai numerosi aiuti ed assistenti del Professore, il che potevo fare senza danno per il mio esercizio pratico, dato che a Lanciano disponevo di numeroso materiale operatorio.

Tra gli anni più gravosi della mia vita sono stati quei cinque di Bari. Pure non so ripensarvi senza compiacermi di avere avuto la forza di tirare avanti. Il mio stipendio di insegnante incaricato di materia obbligatoria era di L. 560 mensili, ma a Lanciano oltre alle operazioni gratuite ve n’erano parecchie retribuite, e, dal punto di vista finanziario, bastavo a me stesso e potevo provvedere alla mia famiglia.

La politica era ormai morta per me. Mi affacciavo si e no qualche volta alla Camera quando essa era aperta. A Bari durante cinque anni nessuno mi ha mai visto ad una manifestazione locale. Raramente accettai in quegli anni di fare discorsi: commemorai una volta alla Scala di Milano la Regina Margherita, un’altra volta tenni un discorso al Teatro Regio di Torino per la consegna di una bandiera ai decorati piemontesi, presente il Duca d’Aosta, tenni un altro discorso a Padova per la consegna dei bastoni di Maresciallo a Diaz e Cadorna, inaugurai qualche monumento ai caduti.

….

Parma

Intanto nello stesso periodo si era prodotto un fatto assai importante per la mia vita.

Con l’inizio dell’anno scolastico si era resa vacante a Bari la cattedra di odontoiatria per il trasferimento a Roma del suo titolare Prof. Amedeo Perna. Ogni Università ha un numero di cattedre stabilito, ma può – ove non si tratti di quelle assolutamente fondamentali – presceglierne alcune invece di altre.

Poteva quindi l’Università di Bari chiedere al Ministero che divenisse di ruolo la cattedra di Patologia Chirurgica, trasferendo invece al semplice incarico quella di odontoiatria. Fu quanto assai benevolmente accettò di fare il Prof. Nicola Leotta, clinico chirurgico e Rettore dell’Università, al quale io esposi il desiderio di cimentarmi ormai in un pubblico concorso, il che egli approvava moltissimo.

Allora vigeva ancora la legge in base alla quale la commissione giudicante per le cattedre era costituita da cinque membri, di cui due della Università per la quale era bandito il concorso e tre proposti con votazione da tutte le Università del Regno. Era naturale che a me convenisse che il concorso fosse bandito per Bari i cui professori mi avevano visto per tanti anni al lavoro. Di diritto avrebbe fatto parte della commissione il Prof. Leotta ed uno degli altri due membri della facoltà barese avrebbe potuto essere l’anatomopatologo o il patologo generale, entrambi a me favorevoli. Con molta probabilità inoltre sarebbero riusciti eletti dalla votazione il Prof. Perez di Roma ed il Prof. Roncali di Napoli, come i più autorevoli cultori della materia ed anche perché non avevano fatto parte di commissioni precedenti. Mi ero recato da entrambi ed essi, esaminati i miei titoli, mi avevano assicurato del loro appoggio. Ero quindi sicuro del fatto mio.

Avevo ormai una trentina di pubblicazioni di cui alcune importanti e voluminose, erano cinque anni che insegnavo per incarico con piena soddisfazione della facoltà, ma soprattutto mi sentivo in coscienza capace di assumere la responsabilità di guidare un istituto chirurgico.

La facoltà di Bari, adunatasi, propose al Ministero il passaggio della cattedra ordinaria dalla odontoiatria alla patologia chirurgica, per chiedere in secondo tempo, appena ottenuta l’approvazione del Ministero, che fosse bandito il concorso.

Fu in queste condizioni di cose che ricevetti dal Senatore Prof. Giorgio Rattone, patologo generale di Parma, che non avevo l’onore di conoscere se non di nome, una lettera che mi meravigliò moltissimo. Di questa lettera come delle seguenti che riporterò in questo diario, conservo l’originale, cosa assai strana per me, che ho l’abitudine di lacerare le lettere sorpassate.

Mi spiego tale fatto con la considerazione che ho sempre dato molta importanza alla mia vita universitaria.

Questa era la lettera del Senatore Rattone:

                            Roma 29 Aprile 1929

Le autorità accademiche della R. Università di Parma mi hanno conferito il gradito incarico di interpellarla sulla questione dell’insegnamento della Clinica chirurgica.

Prego pertanto di volermi fissare un appuntamento.

Io rimarrò a Roma fino a tutto venerdì.

Con tutta osservanza e collegiali saluti, suo

                                        G. RATTONE

Mi recai al Senato dal Prof. Rattoni. Egli mi disse che la Facoltà di Parma si trovava in grande imbarazzo per la scelta del clinico chirurgo, dopo l’allontanamento del prof. Ferrari per limite d’età.

L’imbarazzo era costituito dal fatto che la Facoltà non credeva di poter proporre per varie ragioni il passaggio del Prof. Razzaboni dalla patologia alla clinica, ma non voleva d’altra parte fargli l’affronto di chiamare altri, riuscito dopo di lui nei concorsi, e scelta di altro genere non c’era. Sapeva la Facoltà da uno dei suoi membri, il fisiologo Prof. Mario Camis, che era stato con me a Bari (l’unico che io conoscessi di tutta la Facoltà) che a Bari tutti erano rimasti contenti dell’opera mia come didatta e come chirurgo, e perciò aveva pensato di offrire a me l’incarico.

Ringraziai moltissimo dell’onore che mi si voleva fare, ma obbiettai subito che non mi conveniva lasciare l’incarico di Bari per quello di Parma, sia pure di clinica chirurgica, che avrei dato l’impressione di aver brigato per ottenere tale incarico, che era prossimo il concorso per la patologia chirurgica di Bari ove ero convinto di riuscire, e che non potevo né dovevo disgustarmi quella Facoltà, un paio dei cui membri avrebbero dovuto essere miei giudici.

Il Senatore Rattone trovò giuste ed oneste queste obbiezioni pur dichiarandosi dolente del fallimento del suo desiderio, e stavamo per licenziarci sotto l’arco del portone del Senato, ove gentilmente egli mi aveva accompagnato, quando mi disse: «Mi mandi in ogni modo le sue pubblicazioni, le studierò, e se onestamente sentissi di poter proporre qualcosa di più dell’incarico alla Facoltà, lo farò volentieri».

Francesco M. Chiancone

La Chirurgia nella Università di Bari : 1925-1930

“Tutto Sanità”, n. 44

Un giorno della fine di gennaio del 1925 la matricola n. 57 imboccò la scala di fronte al Rettorato nel Palazzo della Regia Università degli Studi. Al secondo piano la Clinica Chirurgica Generale, Direttore il Prof. Nicola Leotta: con Nicola Pende costituiva il Comitato Tecnico nominato con Regio Decreto del maggio 1924 per l’impianto dell’Università e aveva formato, con lui e con l’anatomico Giuseppe Favaro, il primo Senato Accademico della neonata Università, anno accademico 1924-1925. Leotta aveva fama di noto patologo, autore con il suo Maestro Francesco Durante, del Trattato di Patologia chirurgica fra i più apprezzati da docenti e da studenti. Piuttosto basso di statura, fisico asciutto, occhi e capelli nerissimi come il pizzetto sul mento, vivace, chirurgo d’avanguardia in tempi in cui si diceva che l’addome era “la tomba del chirurgo”, il torace era tabù e l’anestesia si praticava con etere e cloroformio, spesso affidata ad un giovane assistente, quando non ad una suora, ubbidienti agli ordini che l’operatore impartiva. Della chirurgia del torace Leotta, ottimo patologo ma non altrettanto ottimo chirurgo, secondo alcuni, fu uno dei pionieri di quegli interventi che si rivolgevano ai casi di tubercolosi polmonare, la malattia che era, per morbilità e mortalità, insieme al cancro, in testa nelle prime statistiche sanitarie e costituiva un grave, grande e sentito problema di interesse sociale; erano sorte, infatti, varie iniziative di carattere pubblico e privato per la “Lotta alla tubercolosi”. Erano appannaggio del chirurgo il pneumotorace alla Forlanini e la frenicoexeresi; gli interventisti più arditi osavano operare qualche apicectomia e si preparavano a tentare le prime lobectomie. Leotta fu uno degli antesignani di questo tipo di interventi, che erano seguiti non del tutto infrequentemente da insuccessi, anche per le complicanze postoperatorie a carico soprattutto dell’apparato respiratorio; non si disponeva, allora, di emostatici né di chemioterapici antibatterici, che sarebbero comparsi dieci anni dopo col primo sulfamidico, il Prontosil rosso. La Clinica Chirurgica di Bari poteva menare vanto, fra l’altro, di aver diffuso in Puglia la pratica del pneumotorace e Leotta quello della applicazione del suo metodo della alcoolizzazione dei nervi intercostali, allargando così il campo dei mezzi sussidiari per la terapia della tubercolosi polmonare. Dell’insegnante quanto mai preciso ed efficace ricorderò due lezioni, che dicono dell’acutezza d’ingegno e del carattere dell’uomo. Fu portata sul lettino, in aula, una suorina che si preparava al quarto intervento sull’addome, una situazione che dimostrava la validità della sindrome detta da Leotta SAD (Sindrome Addominale Destra). Si riferiva a quella patologia che andava dall’ulcera gastroduodenale alle colecistiti, dalla appendicite alla colica renale e nella donna alle malattie degli annessi ovarici, malattie che hanno molti punti in comune sotto vari aspetti e non di rado, come nel caso della suorina, di più o meno evidente natura psicogena: le malattie psicosomatiche si affacciavano timidamente alla ribalta delle aule universitarie. L’altra lezione riguardava un bambino che, giocando nel giardino antistante il Palazzo universitario, cade sul filo spinato che recinge le aiuole; la giovane mamma, spaventatissima per le piccole ferite sanguinanti del suo bimbo, ricorre al vicino Pronto Soccorso dell’Università. Il medico di guardia manda il piccolo paziente in Reparto; il Professore amava presentare agli studenti anche i casi banali più comuni; era quasi l’ora della lezione; il lettino con il bimbo è al centro dell’anfiteatro, un assistente scrive sulla lavagna, come al solito, le poche righe della storia clinica; uno studente vi aggiunge: “Morale: Bambini, non andate a giocare nei giardinetti!”. Il Professore fa il solenne ingresso con la corte degli assistenti in camice bianco; noi siamo scattati in piedi. Il Maestro guarda in giro, fa cenno di sederci, poi si volta verso la lavagna. Un attimo; un lampo negli occhi e: “Chi è stato?” Tensione indescrivibile! La domanda viene ripetuta con minaccioso sdegno due volte; è stata offesa la sacralità del malato e della lezione! Il professore esce indignato dall’aula, gli assistenti atterriti, noi muti ma in fondo piuttosto divertiti. Gli assistenti: il professor Rossi ha seguito il Direttore a Bari ed è l’Aiuto, il suo braccio destro, la sua ombra; difficile comunicare con lui, esattamente l’opposto con gli assistenti Nisio, Ronzini, Trinchera e Vincenzo Bonomo, che era succeduto a suo padre, il mitico Generale medico Lorenzo, nell’insegnamento della Medicina Operatoria o Anatomia Chirurgica, come altrimenti si chiamava. Di lui, grande chirurgo, uomo e amico eccezionale, ho tracciato un profilo in “Uomini e strade della mia Puglia”. Egli dovette abbandonare la carriera universitaria col trasferimento di Leotta alla Cattedra di Chirurgia di Palermo e l’arrivo del nuovo Direttore con la sua squadra; Nisio si era già reso indipendente come urologo, Ronzini andò Primario a Brindisi, Trinchera restò in Clinica con l’incarico interno dell’insegnamento di Anatomia Operatoria. Per la Chirurgia iniziava a Bari l’era di Carlo Righetti, giunto dalla Cattedra di Perugia, preceduto dalla fama di grande operatore, anno 1929. Di lui vorrei ricordare la vignetta comparsa sul “Numero Unico”, il giornaletto della Festa delle Matricole, antica tradizione goliardica che fu abolita, con le altre, dalla nascita di “Libro e Moschetto fascista perfetto”; si è perduto perfino il ricordo del nobile “papiro”, dei canti di gioia e dello stesso berretto goliardico, che si era ricoperto di gloria nella battaglia di Curtatone e Montanara (prima guerra di indipendenza – 1848), dove il gruppo degli universitari di Pisa e di Siena bloccarono l’esercito austriaco comandato dal Generale Radetzky, quello della famosa marcia del capodanno viennese. Il giornaletto, redatto dagli studenti, prendeva garbatamente in giro professori e personaggi in vista e non trascurava, naturalmente, qualche storia piccante di assistenti e di studentesse. Venivano presentati spesso i nuovi professori; l’arrivo di Righetti era presentato da un grosso signore panciuto, che stravaccato su una poltrona, armato di bisturi, declamava, dalla leopardiana canzone “All’Italia” mandata a memoria in terza ginnasio:… L’armi, qua l’armi, io sol combatterò, procomberò sol io (e qualcuno diceva che questo era l’uomo). Un’altra personalità di spicco fu, sin dalla fondazione, Raffaele Paolucci, professore incaricato di Patologia Chirurgica, medaglia d’oro al valore militare, un eroe nazionale: era stato da ufficiale di marina con Rossetti, l’affondatore, nel porto di Pola, della corazzata austriaca Viribus Unitis, anno 1918. Castano biondo, magro, non alto, viso affilato e occhi chiari, una voce calda, armoniosa, la parola facile, lezioni molto semplici, quasi paradigmatiche. Era come ospitato nella Clinica Chirurgica, dove sviluppava la sua attività di ricerca con i collaboratori, Trincas e Merlini. Quest’ultimo, abruzzese come lui e cultore di Storia della Medicina, lo sostituiva ottimamente nelle lezioni quando il direttore era preso dai suoi impegni alla Camera dei Deputati. Vinto il relativo concorso, Paolucci fu chiamato a coprire la Cattedra di Clinica Chirurgica di Parma, dove si trasferì nel 1929, l’anno stesso dell’arrivo a Bari di Righetti; da Parma fu a Bologna, successore del famoso Nigrisoli, e chiuse la carriera a Roma onorato dai suoi allievi. Con Righetti, il suo primo collaboratore Galeno Ceccarelli ebbe l’incarico dell’insegnamento di Patologia Speciale Chirurgica e vi restò come titolare fino a quando fu chiamato alla Cattedra di Clinica Chirurgica a Perugia e poi a Padova, dove formò molti allievi, come frattanto faceva a Bari Carlo Righetti. Aiuto della Clinica fu allora il professor Travaglini; gli successe Alberto De Blasi, poi patologo chirurgo e poi direttore della Clinica quando il suo Maestro lasciò l’insegnamento per raggiunti limiti di età. Io ne seguii i primi passi come collega Aiuto di Fisiologia; ebbi il piacere di presentargli Giuseppe Marinaccio studente e di salutarlo con affetto come Preside della Facoltà. Di lui, che fu a sua volta Maestro di ottimi chirurghi, primo fra tutti lo stesso Marinaccio, ho scritto un profilo riprodotto di recente in questa Rivista. Il ricordo di Alberto De Blasi e di Giuseppe Marinaccio è troppo recente e parla con la viva voce dei loro numerosi, bravissimi allievi che ne seguono l’esempio dalle Cattedre universitarie e dovunque siano presenti, per le loro doti di umanità prima ancora che per la loro arte di chirurghi. Per tornare agli esordi, il quadro non sarebbe completo se non ricordassi il Senatore Alessandro Guaccero che, fra i politici e gli uomini di cultura baresi, si era battuto per l’istituzione dell’Università a Bari. Chirurgo di Triggiano, con Casa di Cura in una bella villetta in Via Argiro, alle spalle del palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno, gravitava nell’ambito della Clinica Chirurgica con l’incarico dell’insegnamento di Ortopedia. Puntuale alle tre del pomeriggio la sua lezione come di uno zio che racconta del ginocchio varo o valgo e del piede equino da raddrizzare con l’allungamento a zeta del tendine d’Achille. Altrettanto puntuali una dozzina di noi interessati al trenta immancabile all’esame preparato sul suo testo di poco più di ottanta pagine. Un’ora prima della lezione, l’assistente Maselli prestatogli dalla Clinica Chirurgica reggeva l’ambulatorio e vi prelevava ogni tanto “il caso” per la lezione. Accadde una volta che un contadino, forse di Toritto o di Bitritto, era caduto da un albero, fracassandosi una gamba. Portato in aula, il professore lo interroga. E’ stato sempre bene, ma ha subito tre interventi chirurgici per un’ernia, il secondo era stato praticato dal Professor Guaccero “ca jà ‘nu ciucce”! Infatti l’ernia era recidivata per la seconda volta. Il professore riceve il “ciuccio” con serafica serenità e procede sorridendo nell’interrogatorio. Non abbiamo mai saputo come fosse finito quel malato. Il tendine di Achille mi premiò con la lode ben meritata, come quelle, ma non le sole, agli esami di Storia della Medicina – professore Mastrorilli da Bitonto? – e di Patologia Esotica, altra lezione pomeridiana nello studio privato del molfettese professore Eduardo Germano, forse il primo tisiologo in terra pugliese, che pare avesse conosciuto quella patologia in Paesi visitati viaggiando come medico in Marina. Perché la nostra Università aveva istituito quell’insegnamento, prima in Italia? Ci sarà una penna migliore della mia per raccontare gli sviluppi ulteriori.

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